La tassazione delle Criptovalute: l’ultimo aggiornamento da parte dell’Agenzia delle Entrate

Bitcoin e Criptovalute vanno inseriti nella dichiarazione dei redditi, è arrivata recentemente una nuova risoluzione da parte dell’Agenzia delle Entrate, che chiarisce (o almeno dovrebbe chiarire) la situazione.

A seguito dell’interpello 956-39 del 2018 presentato in data 22 gennaio, l’Agenzia delle entrate ha fornito ulteriori interpretazioni per l’esatta collocazione all’interno del modello Redditi PF 2018 dei Bitcoin e delle altre criptovalute. Nello specifico, si dovrà compilare il quadro RW, se le valute virtuali sono detenute al di fuori di intermediari residenti all’interno dello stato italiano, a prescindere dal realizzo nel periodo di imposta di un reddito imponibile, utilizzando il codice 14 (“altre attività estere di natura finanziaria”), utilizzando la quotazione al 31 dicembre (o al momento della vendita) sul sito utilizzato per la vendita. Ma, al contrario di quanto precedentemente ipotizzato da alcuni illustri commentatori, le criptovalute non sono assoggettate all’Imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero (IVAFE), in quanto l’imposta si applica esclusivamente ai rapporti di natura “bancaria”. La Direzione generale della Lombardia dell’Agenzia delle Entrate continuandosi a basare sulla precedente risoluzione riguardante le criptovalute, la 72/E/2016, ha quindi confermato che le valute digitali, rientrano nell’ambito del monitoraggio fiscale, in accordo alla circolare n. 38/E/2013 e quindi vanno indicate obbligatoriamente nel sopramenzionato quadro RW senza però menzionare la soglia di 15 mila euro prevista per depositi e conti correnti bancari. Questa risoluzione, oltre a dirimere alcuni dubbi riguardo la compilazione della prossima dichiarazione dei redditi, ha fatto alcune importanti precisazioni anche per quanto riguarda l’imponibilità ai fini Irpef, che operativamente mettono in dubbio quello appena descritto per il quadro RW.

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Le criptovalute nella dichiarazione dei redditi del 2018

Come evidenziato da alcuni commentatori autorevoli, in questa risposta all’interpello, L’AdE ribadisce il concetto di “valuta virtuale”,  come dichiarato nell’articolo 1 del decreto legislativo del 25 maggio 2017: “valuta virtuale” come rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi è trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente», mentre nelle risoluzione 72/E del 2 settembre 2016, le criptovalute Agenzia delle Entratevengono definite come monete alternative , la cui circolazione si basa su un principio di accettazione volontaria da parte degli operatori privata, e non avendo una natura fisica, funzionano grazie ad algoritmi e codici di crittografia. Ma proprio con questa risoluzione, l’Agenzia delle entrate aveva evidenziato che, l’assenza di una specifica normativa applicabile al sistema delle valute virtuali fissando la sentenza della Corte di Giustizia UE emanata il 22 ottobre 2015 (causa C-264/14), come unico punto di riferimento sul trattamento fiscale delle valute digitali equiparandole alle altre valute aventi corso legale. Ma proprio la risoluzione 72/E del 2016 aveva evidenziato per le persone fisiche, escludendo l’esercizio di arti o professioni o l’attività d’impresa commerciale, la non imponibilità del reddito, in quanto le operazioni a pronti (sia acquisti che vendite) di valute non producono redditi imponibili, non avendo un intento speculativo. Purtroppo, ai più attenti osservatori, questa posizione era apparsa insoddisfacente, in quanto una totale esenzione dei proventi da trading di valute virtuali (per le persone fisiche che non operano professionalmente o in regime di impresa), non sarebbe stato accettabile dal punto di vista formale ed dell’equità fiscale.

Infatti l’assimilazione delle criptovalute a valute estere avrebbe dovuto portare a considerare i “wallets” come dei contratti di deposito o conto corrente, interpretazione già promossa all’interno del Working Paper 892/16 della commissione IVA, arrivata dopo la sopramenzionata sentenza della Corte di Giustizia Europea del 2015.

Ora proprio con questa risposta all’interpello 956-39/2018, l’Agenzia delle Entrate ha “ufficializzato” l’assimilazione superando, di fatto, la non imponibilità della risoluzione 72/E del 2016. Richiamando quindi l’art. 67, comma 1, lett. c-ter) del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR) che, nell’ambito dei redditi diversi di natura finanziaria, da rilevanza a specifici casi per cui, Agenzia Entratevi è una presunzione ex lege di una finalità speculativa o d’investimento finanziario. Il comma sopra indicato recita testualmente: “le plusvalenze, diverse da quelle di cui alle lettere c) e c bis), realizzate mediante cessione a titolo oneroso ovvero rimborso di titoli non rappresentativi di merci, di certificati di massa, di valute estere, oggetto di cessione a termine o rivenienti da depositi o conti correnti, di metalli preziosi, sempre ché siano allo stato grezzo o monetato, e di quote di partecipazione ad organismi d’investimento collettivo.

Agli effetti dell’applicazione della presente lettera si considera cessione a titolo oneroso anche il prelievo delle valute estere dal deposito o conto corrente;

Quindi nel caso in cui la persona fisica che abbia una situazione possessoria superiore ai 100 milioni di vecchie lire (pari a 51.645,69 euro) per almeno sette giorni lavorativi, un prelievo da un wallet di una criptovaluta, sia per finalità di investimento o per speculazione sarà tassato come un reddito diverso di natura finanziaria.

Leggi la risposta integrale dell’Agenzia delle Entrate Interpello-956-39-2018-del-22012018

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