Fusioni tra banche: il fermento continua…

fusione tra banche

Le banche italiane sono in pieno fermento e si stanno preparando ad una fase di acquisizioni e fusioni. Bpm, Ubi, Mps, Bper, Carige, Creval, Popolare di Sondrio e di Bari; di queste banche ne resteranno nei prossimi anni due, massimo tre.

Tutto questo con buona pace della diversità bancaria, di per sé una cosa positiva e  preziosa, soprattutto per quei mercati che hanno già visto il fallimento del gigantismo finanziario.

Nei prossimi mesi le banche italiane dovrebbero far scattare tutte le operazioni propedeutiche a nuove fusioni e acquisizioni, tutto questo perché molti banchieri ritengono che questa sia la strada giusta per fronteggiare il crescente costo dei ricavi dettato dall’aumento della necessità tecnologica nella gestione dell’attività bancaria ma anche dai bassissimi ricavi derivanti dai tassi d’interesse sui prestiti erogati.

Stando a quanto riportato da La RepubblicaBanco BPM e Ubi sono i due principali protagonisti di questa nuova ondata di Merge And Acquisition (M&A), che tradotto significa: “fusioni e acquisizioni” e che rappresentano quelle operazioni di finanza straordinaria che portano alla fusione di due o più società.

La crisi della finanza europea e il modo in cui se ne sta uscendo stanno rinforzando il pensiero per cui ci sia bisogno di un modo di vedere le cose unico e colossale, necessario per questi istituti bancari rimasti nella “Terra di Mezzo”: troppo piccoli per stare dietro alla sempre più crescente necessità di mezzi e tecnologie e troppo grandi per rimanere ancorati ad una specifica zona economica e territoriale. D’altronde, ricorda Affari&Finanza, basta guardare i bilanci delle banche medio-piccole per rendersi conto di come ormai i profitti non riescono a reggere più i costi di gestione. Queste fusioni, agli occhi degli operatori finanziari, sembrano ancora più necessarie in un sistema bancario come quello dell’Italia, storicamente frammentato e ricco di realtà territoriali, proprio quel tipo di banche più sotto attacco in questo momento storico, sia a causa dei tassi di interesse ai minimi storici sia per la tagliola che il regolatore europeo ha applicato sull’attività di prestito.

Un precisa indicazione è arrivata anche dal Fondo Monetario Internazionale che nel documento preparato per il G20 del 19 marzo a Buenos Aires ha espresso senza dubbio un giudizio positivo su quella che è la situazione economica dell’Italia ma l’ha esortata a un risanamento dei conti pubblici e un rafforzamento del sistema bancario. Bisogna essere lucidi però e ricordare che la storia insegna che non sempre “Grande è bello”, basti ricordare tutto quello che è successo ai grandi colossi internazionali del sistema bancario negli ultimi 10-12 anni, da Lehman Brothers in poi.

Costi e prospettive delle banche Italiane

Andiamo adesso ad analizzare quella che è la situazione economico-strutturale delle banche italiane che in questi mesi stanno ipotizzando di fondersi per essere più competitivi sul mercato. Uno sguardo ai bilanci sulle banche italiane medie e piccole (quelle comprese tra i 200 milioni e i 4 miliardi di fatturato) mostra come a fronte di una crescita costante dei costi fissi ci sia una decisa scarsità di profitti. Il 2017 per molte banche come Mps, Creval e Carige si è chiuso con l’ennesima perdita, derivante dall’incidenza degli accantonamenti sui crediti deteriorati che si affianca ai costi di adempimenti normativi, anch’essi lievitati, e quelli per aumentare il patrimonio regolamentare, triplicate in un decennio, e questo con una scarsa facilità di accedere al mercato dei capitali, soprattutto per gli istituti più piccoli e con matrice cooperativa.

Per fare un esempio concreto, basti pensare che una banca di fascia alta tra quelle prese in esame (Mps, Ubi o Bpm) spende in media all’anno tra i 100 e i 150 milioni di euro per la compliance (antiriciclaggio, adempimenti normativi, governance aziendale, etc). Ci sono poi i costi per le direzioni aziendali che naturalmente si ridurrebbero di gran lunga in caso di fusione. Così come ad esempio i costi tecnologici; innovazioni che hanno disintermediato e smaterializzato metà delle operazioni. Quelli variabili legati alla gestione delle piattaforme si sono minimizzate mentre quelle fisse per esternalizzare macchine e servizi crescono. Secondo le indiscrezioni che filtrano dagli ambienti più vicine alla banche interessate, a guidare questa nuova ondata di fusioni saranno nientemeno che Ubi Banca e Banco Bpm, quest’ultima tra l’altro neonata da una fusione tra il Banco Popolare e la Banca Popolare di Milano.

Proprio l’amministratore delegato del Banco Bpm Giuseppe Castagna poco tempo fa aveva dichiarato che ci sono ancora troppe banche universali e che in Italia presto i gruppi bancari si sarebbero ridotti a 4-6 al massimo. Inoltre lo stesso Castagna ha lasciato trapelare che già a partire dal 2019 Bpm avrebbe valutato la possibilità di ulteriori fusioni, vista già l’esperienza dal quale era nata e dai buoni rapporti con regolatori della Banca d’Italia. Comunque nonostante le indiscrezioni al momento nessuna banca italiana ha ufficialmente dichiarato di essere pronta a queste nuove fusioni, ma siamo certi che prossimamente il mercato italiano sarà attentamente sorvegliato.

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